Intervista a Giovanni Maier

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2018

Questa è la prima di una serie di interviste sull’improvvisazione libera. Giovanni Maier è una figura molto importante per la mia formazione in quanto è stato lui ad aiutarmi a cominciare il mio percorso di improvvisazione sullo strumento solo. Sul suo sito (al quale rimando giovannimaier.it) appare evidente la portata della carriera artistica e anche del lavoro di promozione e divulgazione attraverso la Palomar Records.

  • Qual è il percorso che ti ha portato a studiare il tuo strumento?

A dodici anni suonavo il clarinetto in un gruppetto di ragazzi più grandi di me con il quale tentavamo di fare musica da ballo. A un certo punto, la fidanzata del bassista, che si sentiva trascurata, gli ha ingiunto di smettere di suonare con noi, pena il troncamento del rapporto; lui allora ha deciso, saggiamente, di lasciare il gruppo. Ho quindi iniziato io a suonare il basso elettrico, trovandomi da subito molto bene; a sedici anni mi sono iscritto al Conservatorio, iniziando a suonare il contrabbasso.

  • Ci sono state delle persone chiave o degli eventi in particolare che ti hanno avvicinato alla musica improvvisata? Quali e perché?

In realtà ho dei ricordi abbastanza precisi di quand’ero piccolo (5/6 anni, credo) e aspettavo che i miei genitori uscissero di casa per qualche commissione e ne approfittavo per accendere la “Pianola” (così veniva chiamata una specie di tastiera elettrica) di mio padre per sperimentare cosa succedeva schiacciando più tasti contemporaneamente; oppure facevo la stessa cosa con un pianoforte che si trovava all’oratorio….. mi ricordo che era un’attività che mi dava una gran gioia e che, ovviamente, veniva assolutamente stigmatizzata dagli adulti.

Più avanti ho iniziato a studiare alcuni strumenti e a suonare in alcuni gruppetti assieme ad altri ragazzi e spesso succedeva di trascorrere pomeriggi interi improvvisando, senza decidere nulla. Ecco, preferisco ricordare questi inizi spontanei, piuttosto che gli incontri, avvenuti successivamente, con musicisti più esperti di me che mi hanno ulteriormente spinto in quella direzione….. devo però menzionare gli amici Mimo Cogliandro e Flavio Brumat con i quali ho iniziato ad improvvisare in ambito più jazzistico e che, essendo più grandi, mi hanno fatto conoscere molti musicisti che poi sono diventati dei punti di riferimento, come Ornette Coleman, Anthony Braxton, Sam Rivers, Archie Shepp, John Coltrane e molti altri.

Comunque credo che, per il mio carattere, ho sempre preferito trovarmi in situazioni non pre-strutturate, nelle quali penso di poter dare il mio meglio, piuttosto che conoscere in precedenza ciò che dovrò suonare (sia che si tratti di musica composta, o di improvvisazione su strutture armoniche prefissate). Un po’ come la vita.

  • Com’è composta la tua routine quotidiana di studio?

Non ho una routine quotidiana: studio ciò che in quel momento sento l’esigenza di studiare, anche a seconda degli impegni concertistici per i quali mi devo preparare o per i percorsi di ricerca nei quali mi trovo coinvolto. E comunque in generale cerco di impostare lo studio come attività musicale, piuttosto che applicarmi all’affinamento di abilità strumentali specifiche. Inoltre cerco di passare più tempo possibile suonando e improvvisando assieme ad altri musicisti, calandomi perciò in attività “reali” di improvvisazione e non simulando situazioni virtuali; oppure, se sono da solo, affronto la cosa in un contesto di performance in solo. A volte per il warmup utilizzo studi didattici della musica classica (Billè, Sturm, Simandl).

  • Come affronti lo studio dell’improvvisazione?

Negli anni ho sviluppato diverse tecniche che cerco di approfondire, sia in solo che in gruppo. Queste tecniche riguardano alcuni aspetti specifici della creazione musicale come l’esplorazione delle varie possibilità di movimento all’interno di ambiti musicali ristretti e i diversi tipi di concatenamento degli stessi all’interno di una forma più estesa e narrativa.

  • Quanto è importante per te il rapporto con il tuo strumento nei riguardi dell’improvvisazione? Sei più tu a cercare di ottenere determinati risultati dallo strumento o è più lo strumento a “suggerirti” determinate soluzioni?

Il rapporto con lo strumento è assolutamente centrale per me perché credo sia da quello che inizia la costruzione del proprio suono, della propria individualità e specificità.

Per quanto riguarda la seconda domanda credo valgano per me entrambe gli atteggiamenti: a volte bisogna saper ordinare al cavallo dove andare ma può essere stimolante anche lasciarsi trasportare…..

  • Nell’improvvisare cerchi di usare principalmente materiale o tecniche su cui hai maggior controllo o per te è più un’occasione di ricerca in ambiti sconosciuti o inesplorati?

Di solito non decido in precedenza come muovermi ma poi, inevitabilmente, è ovvio che tendo a percorrere strade già parzialmente esplorate, anche perché così facendo credo di poter essere più interessante e reattivo. Cercare la novità a tutti i costi non sempre porta a dei risultati positivi.

  • Quanto è importante per te il tuo percorso sull’improvvisazione quando affronti repertori dove non è richiesta o in qualsiasi altra situazione ordinaria?

L’improvvisazione per me è un aspetto assolutamente centrale del fare musica e nel corso della mia carriera ho progressivamente abbandonato tutte le situazioni musicali dove non è prevista; anche se in realtà un certo margine di improvvisazione è sempre presente, anche nella musica interamente composta ed è proprio in queste frange, in queste pieghe che sfuggono al controllo preventivo del compositore, che si cela la grandezza dei grandi interpreti, a mio avviso.

Intervista a Steph Richards

Steph Richards è un’artista incredibilmente interessante con base a Brooklyn. Molto attiva nella musica jazz sperimentale e nella contemporanea. I lavori discografici a suo nome hanno in comune una ricerca interdisciplinare che si rinnova ad ogni occasione. Con il suo riuscitissimo esordio discografico Fullmoon (Relative Pitch Records, 2018) ha esplorato le possibilità timbriche delle risonanze innescate dalla tromba in vari strumenti a percussione, con Take The Neon Lights (Birdwatcher Records, 2019) la sua scrittura per quartetto si ispira alla poesia di autori come Langston Hughes, Maya Angelou e Allen Ginsberg. Supersense (Northern Spy Records, 2020) è un lavoro esplorativo sul dialogo emozionale tra suono e profumo, dove delle essenze create appositamente vengono abbinate alla musica così da rendere l’ascolto un’esperienza multisensoriale. L’ultimo lavoro si intitola Zephyr (Relative Pitch Records, 2021) ed è uno splendido duo dove l’universo acustico e visuale dell’acqua è oggetto di ricerca.

  • Chi è stato il tuo insegnante più importante?

Butch Morris mi ha insegnato cosa significa dare tutto a questa musica —-> cosa significa mostrare il tuo vero volto.

  • È il suono che ispira la tua musica e i tuoi concept o è il contrario? Cosa viene prima?

Il suono viene prima, le strutture per seconde. Ma anche gli alberi mi hanno insegnato molto.

  • Passi più tempo studiando la tecnica dello strumento o improvvisazione?

Studio esclusivamente la tecnica sullo strumento e quando suono dal vivo posso lasciar fluire tutto quello che ho imparato e concedermi esclusivamente alla musica.

  • Qual è la tua routine di studio ideale?

In una giornata ideale mi piace partire con lo yoga o con la meditazione. Poi passo alla composizione, per tutto il tempo necessario.

Successivamente prendo la tromba e comincio facendo doppi pedali a la Pierre Thibaud.

Suono nel registro pedale singolo e salgo nel registro medio e acuto mantenendo la stessa sensazione

Flessibilità e scale, cambio sempre il tipo di scala scegliendo tra i modi.

Intervalli: mi piace scegliere un intervallo diverso ogni giorno ed inventarmi dei giochi. Ad esempio se sto lavorando sulle quarte invento una regola che potrebbe essere 2 sopra e 1 sotto cromaticamente, oppure suonare quarte ma salendo per terze.

Trascrizioni e suonare su playalong. Mi piacerebbe poterlo fare tutto il giorno.

  • Come hai conosciuto Butch Morris e la sua conduction?

Ho conosciuto Butch al matrimonio di un amico. Stavamo suonando un brano dedicato ad un amico e Butch mi ha preso in parte, versato un ottimo whisky, poi mi ha guardato negli occhi e mi ha detto “tu non sei una trombettista”. È stato il più grande complimento che ho ricevuto in vita mia.

  • Come lavori sulla conduction?

Osservo come la struttura si apre in natura – come un albero si dispiega dalle radici alla chioma, come gli uccelli attraverso e sopra la mischia del nostro mondo rumoroso… Poi porto quelle strutture nell’ensemble. Cerco anche di suonare con grandi musicisti con una grande immaginazione e la voglia di dare tutto per amore della musica.

  • Qual è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno dopo giorno?

La cosa per me più importante è rimanere leggeri, empatici, sentire e prestare attenzione al mondo. Con tutte le richieste, le informazioni e la tecnologia è facile iniziare ad essere insensibili. Il mio lavoro è trovare sempre qualcosa che mi colpisca, sentire qualcosa che mi smuova nel profondo del cuore o del corpo, ogni giorno. È anche importante prendere la tromba ogni giorno ed essere vicina alla musica. Sono vicina alla musica ascoltando l’oceano tanto quanto tenendo il mio bimbo in braccio addormentato o suonando con ottimi musicisti.

Intervista a Peter Evans

Peter Evans è ormai diventato un punto di riferimento a livello mondiale nella musica di ricerca e nell’improvvisazione libera. Se c’è qualcuno che ha superato i limiti tecnici conosciuti della tromba questo è lui. I suoi dischi di tromba sola rivelano delle scoperte ad ogni riascolto, non è da meno dal punto di vista compositivo. Questa intervista è stata fatta ad ottobre 2020, lui si trovava a Boston e diversamente dal solito, non aveva concerti in programma.

  • Quando hai cominciato a suonare la tromba?

Avevo 7 anni, i miei erano appassionati di Jazz ed hanno visto un sacco dei grandi dal vivo come Dexter Gordon o Miles Davis o Sonny Rollins, c’era sempre questo tipo di musica in casa. Mia sorella suonava il violino, e mi hanno chiesto se volessi suonare qualcosa. C’era un direttore di banda in pensione che viveva sulla stessa via ed è stato lui a darmi le prime lezioni anche se non era un trombettista. Dopo qualche anno ho cominciato ad andare a lezione da un vero insegnante di tromba. Sono stato immerso nella musica Jazz fin da piccolo e molto presto ho cominciato ad improvvisare quindi non è mai stato un problema per me farlo. Altri musicisti che vengono dalla classica, se non hanno avuto un primo contatto con l’improvvisazione abbastanza presto, fanno difficoltà ad entrarci, fortunatamente per me non è stato così.
Il mio percorso accademico è di tipo classico, ho suonato in orchestre giovanili e studiato tutto il repertorio classico compresi ovviamente i concerti di Haydn e Hummel e simili. Parallelamente ho sempre anche suonato e studiato jazz.

  • Quali sono stati per te gli insegnanti più importanti?

C’è stato un insegnante di pianoforte alle superiori. Avrei dovuto prendere lezioni di piano da lui, ma erano lezioni di MUSICA. Lui è un giovane pianista jazz e blues, si chiama David Zofer.
Se il tuo insegnante è un trombettista e suoni tecnicamente bene è abbastanza per lui, a Zofer non interessava che io suonassi bene la tromba “suoni bene, ma il tuo linguaggio jazz fa schifo” mi diceva. Mi trattava come trattava i pianisti in termini di conoscenze armoniche o ritmiche. Mi ha fatto ascoltare un sacco di musica senza tromba come Charlie Parker, Stravinsky o altro che non aveva nulla a che fare con quello che ascoltavo all’epoca come Lee Morgan etc. Mi ha aiutato a capire che nel mondo c’è molto altro rispetto alla tromba.
Una volta stavo facendo un concerto jazz nella scuola e c’era lui ad ascoltare, io ero soddisfatto di come avevo suonato ma il suo commento è stato “hai suonato solo pattern trombettistici, non lo stai facendo VERAMENTE. Dobbiamo lavorarci”. Probabilmente è stato l’insegnante più importante per me, era l’età giusta. Piú tardi arriva un’etá in cui pensi di sapere tutto e non sei aperto a critiche ed insegnamenti, non era ancora quel momento.

  • Come organizzi il tuo studio quotidiano sullo strumento?

Prima di tutto faccio il mio warmup, molto leggero. Comincio con esercizi sugli armonici partendo dal Fa# basso. L’intento è quello di allenare le labbra e tutto quanto dal basso verso l’alto ossia partendo dal punto dove sono più rilassato salendo fino non oltre il do acuto, suonando sempre piano e stando leggero. Lo faccio lentamente per sentire l’aria che fa scattare l’armonico superiore. Sono molto metodico, lo faccio ogni giorno ovunque io sia. Comincio con una quinta, poi arrivo all’ottava e poi espando fino a due ottave su ogni posizione. Dopo di che riempio gli intervalli con le scale. Non uso articolazione e faccio solo attacchi d’aria, senza lingua. Restando più piano possibile e lentamente. Fatto questo riparto dal basso e faccio scale cromatiche su tutto il registro con lo staccato singolo facendo attenzione ad avere un attacco uniforme su tutta l’estensione e ad utilizzare l’aria, la lingua da sola non fa nulla.
Il warmup finisce quando funziona tutto e tutte le note del registro funzionale sono facilmente accessibili e suonano bene. A questo punto comincio una parte dello studio un po’ più creativa mantenendo comunque l’attenzione su tutti gli aspetti tecnici: il suono deve essere pulito, gli attacchi devono essere puliti, se qualcosa non viene bene lo ripeto fino a che riesce, indipendentemente da cosa studio.
Non studio improvvisazione, piuttosto ipotizzo degli scenari che potrebbero capitare durante un’improvvisazione. Studio variazioni su qualcosa cercando di essere a mio agio, questo prende un sacco di tempo.
Il mio studio dell’improvvisazione è cambiato negli anni ed è diventato sempre più specifico. Se sto studiando qualcosa, studio le variazioni su quella cosa, mi registro molto e riascolto per capire se quello che sento suonando si percepisce anche da fuori. Cerco sempre di trovare quello voglio in mezzo a quello che faccio, rifinirlo e renderlo interessante per me. Non è come studiare un concerto di musica classica che ad un certo punto finisce ed è pronto, questo è un processo senza fine, continuo a cercare, a lavorare sulle stesse variazioni per mesi o anche anni. Durante i concerti le cose che studio vengono fuori da sole, non le forzo.

  • Quante ore dedichi allo studio quotidiano?

Dipende, se ho tempo libero studio 3 o 4 ore. Molte delle cose che faccio non si possono studiare per 10 ore, richiedono molto dal punto di vista della resistenza quindi suono finché riesco poi semplicemente mi fermo. Solitamente faccio un’unica sessione di studio e lavoro su molte cose diverse.
In questo periodo sto cercando di riprodurre l’articolazione di Clifford Brown, quando improvvisa articola quasi ogni nota indipendentemente dalla velocità. Ad esempio studiando lavoro su un fraseggio simile al suo poi cerco di adattare il tipo di articolazione al mio fraseggio.
Alle volte studio cose che non hanno nulla a che fare con quello che sto facendo in generale.
Ricapitolando: faccio il warmup, controllo che tutto funzioni correttamente, poi lo studio è diviso in un paio di parti principali. Una di queste è il lavoro sulla tromba sola: studio modi di manipolare e sviluppare materiale nuovo qualsiasi esso sia, ad esempio studio variazioni ritmiche. Studio anche gli errori: trovo un modo in cui potrebbe andare storto qualcosa e lo studio per capire se può diventare interessante, cerco di incorporare l’errore.
La seconda parte la dedico allo studio dei brani jazz, lavoro col metronomo agli estremi ad esempio suono un brano col metronomo a 10 o 5 bpm. Molto spesso faccio cose molto semplici come suonare brani in diverse tonalità. Il motivo per cui lo faccio è che mi piace suonare sugli standard e poi perché trovo sia molto buono per lavorare sulla relazione tra cervello e strumento. Permette di manipolare cambi di registro in modo naturale mentre si studia altro.
La terza parte dello studio la dedico a cose libere, se ho ancora voglia di suonare trovo qualcosa da fare come ad esempio prendere un brano di Bach per pianoforte e cercare di renderlo con la tromba.

  • Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno?

Quando suoni musica classica può capitarti di fare un errore, ma il minimo sindacale è che tu sia in grado di suonare un brano senza sbagliare nulla. Quella è la base per essere “parte del club”, oltre a questo devi essere un artista, devi essere espressivo etc. Parallelamente nella musica improvvisata, a parere mio, se non sei presente al 150% nell’istante e non accetti tutto quello che succede in quell’istante allora non sei “parte del club”. Quello che devi fare nell’improvvisazione libera è dire “Ok, adesso chiudo gli occhi e mi butto da questa scogliera”, è esattamente quello che è. Se vuoi improvvisare lo devi fare, devi buttarti. Se ho fede in tutto questo la cosa che devo fare è prepararmi, e la preparazione deve essere rigorosa e deve essere seria. È praticamente un ossimoro, stai pianificando e ti stai preparando per un momento che non è pianificabile e prevedibile.
È come se tu sapessi che tra un anno ti porteranno in mezzo ad una foresta e tu dovrai sopravvivere. Per poterlo fare ti prepari: ti procuri un coltellaccio, impari a costruire qualsiasi cosa con oggetti che trovi in natura, impari a pescare, a pulire la selvaggina che cacci, impari tutte queste cose di modo che quando sarai in mezzo alla foresta e verrai attaccato da un orso non ti troverà impreparato. Non vuol dire che puoi prevedere quello che succederà, ma fai in modo di essere pronto a qualsiasi cosa, fai in modo di essere più forte, più reattivo etc. Ma poi dopo tutta la preparazione, quando improvvisi te ne devi fregare, devi avere fiducia in quello che può succedere perché non puoi controllarlo.
Può capitare che tu abbia delle brutte performance e delle ottime performance, quello che devi fare è alzare il livello di quelle brutte perché quelle buone ci saranno sempre. Se il tuo livello minimo è più alto non ti devi preoccupare, ti sarai comunque guadagnato la serata anche nelle giornate peggiori. I grandi improvvisatori possono avere delle pessime serate ma comunque fare delle buonissime performance. Fiducia in quello che facciamo e preparazione per quello che facciamo come se non ci fidassimo di quello che può succedere, è molto strano me ne rendo conto, non è per tutti.
Quando sei più sicuro di te, vai a cercare il rischio, devi cercare il rischio. Se smetti di cercarlo allora cosa stai facendo realmente?
Tutto il materiale che studio lo studio tenendo in mente che alla base c’é il rischio, è tutto materiale che se fosse spinto appena un po’ di più crollerebbe. Adesso costruisco materiale per il mio linguaggio tenendo presente questa cosa, per esempio materiale che funziona solo se eseguito perfettamente non è adatto all’improvvisazione. È per questo che pratico anche gli errori possibili, la domanda che mi pongo è: come reagisce questo materiale se lo spingo in una direzione diversa da quella che prenderei usualmente? Se reagisce in modo che ritengo interessante allora quel materiale è utile all’improvvisazione e ci posso lavorare. Ci ho messo del tempo ad elaborare questa necessità perché quando costruisci il tuo linguaggio puoi fare quello che vuoi.

  • L’improvvisazione libera è un tipo di musica che richiede una capacità di ascolto matura, non è una musica che si ascolta a 12 anni senza prima aver fatto un percorso che porta alla sua complessità. Com’è stato per te?

Si, é un po’ come la droga, c’è qualcosa di strano, qualcosa di scomodo, ma ti piace e ne vuoi di più, ma non piace a tutti.
Una delle mie droghe di passaggio è stato il disco Miles Davis at Newport 1958, c’è Coltrane che suona ancora dentro ma il sax è un po’ matto, suona più note che può, e ricordo che da ragazzino ascoltarlo mi faceva quasi arrabbiare, ma contemporaneamente non potevo smettere. Continuavo ad ascoltare quella cassetta e ad innervosirmi, potevo sentire la temperatura corporea alzarsi, come quando qualcuno continua a colpirti per infastidirti. Nonostante non fosse una sensazione piacevole non smettevo di riascoltare la cassetta ricercando quel sentire. Poi andai a cercare altra musica che potesse farmi sentire allo stesso modo. E non era perché capivo cosa stesse facendo Coltrane, musicalmente non ne avevo idea all’epoca, mi piaceva il sound.

  • Parlando di tromba sola, ho visto in alcuni tuoi vecchi video che usavi un amplificatore

Si, molto tempo fa. Mandavo il mio segnale in un pedale del volume e in un amplificatore, cercavo di ricreare una sorta di compressione. Ma l’ampli per chitarra aggiunge colore ed io volevo solo avere più volume, non volevo distorsione o altro. Così ho cominciato, dove possibile, ad usare un microfono collegato a un PA con casse e subwoofer. Gestisco il mixaggio semplicemente sfruttando la distanza dal microfono. Se sono in una sala grande, con un PA, posso farmi sentire anche facendo suoni minimali come soffiare nello strumento. Posso modulare l’aria grazie allo strumento e l’impianto di amplificazione mi permette di mantenere tutte le caratteristiche di un suono silenzioso ma ad un alto livello di decibel. Si tratta semplicemente di compressione audio, nel pop viene usata normalmente. Usando la normale tecnica di produzione del suono con la tromba, maggiore è il volume maggiore sarà il numero di armonici contenuti nella nota che sto suonando, viceversa, suonando pianissimo, ottengo un suono che è quasi una sinusoide e, mettendo la campana dello strumento molto vicino al microfono, per il pubblico il volume sarà comunque alto ma il suono manterrà un carattere molto intimo. È assolutamente irrealistico lo so, ma mi piace il risultato nei concerti e quindi cerco di riprodurlo nelle registrazioni usando molta compressione, anche distorsione in certi casi.

  • Quando suoni acustico suoni diversamente? Cerchi di ottenere lo stesso risultato o eviti alcune sonorità preferendo altre?

Suonare acustico è un’altra cosa. Quando suoni acustico sei un’attore, devi giocare con la stanza, l’acustica, il pubblico. Con l’amplificazione è rock and roll, vai e fai il tuo show PER il pubblico. In acustico devi suonare CON il pubblico. Non è che non faccia cose che non penso funzionerebbero, devo relazionarmi con l’acustica della stanza e con la chimica che c’è col pubblico. Multiphonics o altre tecniche estese potrebbero essere meno efficaci in acustico. In stanze molto grandi potrebbe non aver senso cercare dinamiche estremamente basse, all’opposto in posti piccoli dinamiche troppo forti.
A volte il pubblico è molto attento e puoi portarlo con te e rischiare di più, altre volte senti la necessità di richiamare la loro attenzione continuamente ed in quei casi è più difficile. Ma non sono pensieri che faccio mentre suono e nemmeno scelte fatte a priori, è semplicemente la percezione della situazione, non c’è tempo per giudicare o valutare.

  • In molti, me compreso, considerano il tuo lavoro come un’espansione dei limiti dello strumento e non solo, era nei tuoi piani?

Non penso ad espandere limiti, piuttosto penso alla consistenza e all’adattabilità. È una ricerca. Cerco cose che abbiano longevità, che so potrò usare per molto tempo. Molta musica con la tromba non è per nulla nuova, è nuova solo sullo strumento. Penso alla praticità, a cose semplici, voglio cose che posso suonare facilmente nel mezzo del secondo set o tra 25 anni. Se espando i limiti sono i limiti di qualcun altro, non è un mio obiettivo. Non considero il disegno più grande, mi preoccupo della mia ricerca, non dò peso al pensiero degli altri, lavoro su una cosa sperando che sia interessante per me. Se sarà interessante per me probabilmente lo sarà anche per altri.

Intervista a Andy Haderer

  • Con chi hai imparato a suonare?

Ho iniziato con mio padre che era un buon trombettista, suonava musica da ballo e folkloristica. Più tardi ho fatto studi classici, ma senza completarli, a Vienna con Helmut Wobisch, Walter Singer e Adolf Holler.

Dopo aver cominciato l’attività professionale ho intrapreso un lungo percorso didattico con Bobby Shew, Jiggs Whigham e Ack van Rooyen.

  • Quali sono stati gli insegnanti per te più importanti (non necessariamente trombettisti)?

Tecnicamente ho imparato moltissimo da Bobby Shew, musicalmente da Ack van Rooyen. Poi ho sempre fatto domande direttamente ai musicisti che mi piacevano in quei tempi. Tra questi Bob Brookmeyer, Jim McNeely, Art Farmer, Carl Drewo, John Ruocco ed altri.

  • In che ambiti musicali lavori attualmente?

Con la WDR Big Band, alcune produzioni come lead trumpet altre come terza tromba e solista, circa 25 ore a settimana.

12 ore a settimana insegno alla Hochschule für Musik di Colonia.

Circa altre 15 ore settimanali le impiego nell’attività al di fuori della WDR Big Band: concerti, sessioni di registrazione, organizzazione etc.

  • Come organizzi il tuo studio quotidiano sullo strumento? (dividi tecnica, improvvisazione/interpretazione o tendi ad unirle? Studi ogni giorno più o meno per lo stesso tempo? Dedichi lo stesso tempo ad ogni esercizio o non hai paura di tralasciare qualcosa se l’approfondimento di un aspetto è proficuo in quella giornata? Segui un ordine rigido?)

Normalmente suono più di tre ore al giorno, il che significa che non ho più bisogno di studiare quotidianamente per mantenere la mia forma tecnica. Certo, durante il warm up faccio un controllo di tutti gli aspetti tecnici per vedere se ci sono punti deboli. Di solito ci sono. Suonando la tromba da molti anni conosco i miei punti deboli ed ho trovato il modo di risolvere i problemi con i giusti esercizi.

Quotidianamente studio per più di un’ora mentalmente: penso ai brani, cerco di sentirne gli accordi, ci improvviso sopra cantando o fischiando oppure faccio esercizi tecnici solamente con le dita.

  • Elenca gli esercizi che fai quotidianamente o gli aspetti più importanti che controlli ogni giorno

Il warm up è una delle mie routine quotidiane. Questo non dev’essere molto lungo, ma molto concentrato. Gli aspetti che ritengo molto importanti per il warm up sono:

Suono (anche diversi colori)

Staccato (leggero e forte)

Fraseggio

Intervalli

Dinamiche forte e piano

Dita

Acuto-grave

Classica-jazz-pop

  • Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno (non necessariamente legato alla tecnica, può essere il suono o la respirazione ma anche il fraseggio, la musicalità, l’ascolto etc)

Ai miei occhi l’aspetto più importante è divertirsi qualsiasi cosa si suoni. Anche se fosse l’esercizio più stupido, fai in modo che ti diverta. Di modo che quando

Intervista a Luca Aquino

Luca Aquino è uno dei trombettisti jazz più affermati d’Italia, ha suonato in tutto il mondo e vanta collaborazioni con le più illustri personalità del jazz internazionale. Nel 2017 ha avuto un infortunio neurologico facciale importante dal quale si è pienamente ripreso, questo se possibile rende quest’intervista ancora più interessante.

  • Con chi hai imparato a suonare?

Ho cominciato a suonare la tromba all’età di 19 anni e sono autodidatta. Studiando da solo, senza metodo o un maestro e senza seguire percorsi accademici, i primi anni ho avuto problemi di impostazione che poi ho risolto con Lorenzo Federici, Marco Tamburini a Siena Jazz.

Ultimamente però Bobby Shew mi ha salvato la vita.

  • Quali sono stati gli insegnanti per te più importanti (non necessariamente trombettisti)?

Jon Hassell. Abbiamo suonato insieme e l’ho incontrato in vari festival in giro per il mondo. È la mia fonte di ispirazione assoluta. La sua musica è eterna.

  • In che ambiti musicali lavori attualmente (fai pure un elenco delle formazioni con una breve descrizione) e qual è la tua direzione (in altre parole qual è la cosa che preferisci suonare), fai anche un breve excursus della carriera fatta che ti ha portato al presente.

Ho avuto tre anni di stop, per via di due paresi facciali di Bell che ho recuperato con immensi sforzi e sacrifici. Un periodo da incubo, per fortuna alle spalle. Ora sto riprendendo un po’ la mia rotta con un progetto nuovo sul pugilato dal titolo “GONG”. Un omaggio ai grandi della boxe, in musica, insieme a Manu Katché, Antonio Jasevoli e Pierpaolo Ranieri, con l’arte visiva curata da Mimmo Paladino. Amo pensare e portare avanti i miei progetti, la mia idea musicale. Non amo ripetermi perché mi annoio facilmente.

  • Come organizzi il tuo studio quotidiano sullo strumento? (dividi tecnica, improvvisazione/interpretazione o tendi ad unirle? Studi ogni giorno più o meno per lo stesso tempo? Dedichi lo stesso tempo ad ogni esercizio o non hai paura di tralasciare qualcosa se l’approfondimento di un aspetto è proficuo in quella giornata? Segui un ordine rigido?)

Con Bobby Shew, per tre anni, ho seguito un percorso minuzioso, al secondo, tutto programmato, sempre con l’orologio alla mano. Metodi su metodi, studiati con dedizione. Facevamo tantissimi esercizi facciali. Dovevo recuperare due infortuni neurologici facciali importanti. Non riuscivo a sorridere e neanche a tenere l’acqua in bocca o a pronunciare la lettera “p”, figuriamo a fare buzzing ma Bobby è stato un maestro unico al mondo e mi ha portato a risuonare di nuovo come prima, anzi meglio. Mi sono dovuto trasformare in uno sportivo e con calma e dedizione ho superato tutto. Ora che ho ripreso la muscolatura e la mia vita, provo ad ascoltare di più il corpo, senza mai strafare e senza seguire un ordine rigido nello studio della tromba che è lo strumento più bello e, allo stesso tempo, più difficile che possa esistere.

  • Elenca gli esercizi che fai quotidianamente

Note lunghe in leggerezza, sempre. Amo poi il metodo Flexus perchè lo trovo completo e attuale.

  • Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno (non necessariamente legato alla tecnica, può essere il suono o la respirazione ma anche il fraseggio, la musicalità, l’ascolto etc)

Bisogna ascoltarsi e capire cosa ognuno di noi ha dentro. Importante lasciarsi ispirare ma è inutile scopiazzare gli altri. E’ fondamentale trovare un proprio suono e, nel jazz, un proprio linguaggio e per far ciò bisogna anche posare ogni tanto tromba, per cercare ispirazione anche altrove.

  • Quali sono le altre attività che svolgi regolarmente connesse o utili al tuo lavoro ma senza lo strumento in mano? Perché le fai? Quanto tempo ci dedichi? (Composizione, arrangiamento, booking, management, public reletions, ascolto attento alla musica etc.)

I primi anni della mia carriera mi occupavo anche di booking ma poi mi sono scocciato e ora se ne occupa Andrea Scaccia per me. Non trascuro però l’aspetto manageriale che è importante. Amo creare progetti nuovi e ambiziosi ma ora lo faccio senza stress. Ho ricevuto una bella lezione dalla vita. Tre anni fa, col mio “Jazz Bike Tour”, sarei dovuto partire dalla mia città, Benevento, con bici e tromba, per arrivare in Norvegia, a Oslo, in cinquanta giorni, con una media di ottanta chilometri al giorno. Mi ero preparato un anno intero, atleticamente ero pronto. Di giorno avrei pedalato e la sera avrei suonato in festival, luoghi d’arte, club, teatri, piazzette e borghi antichi, con musicisti europei e artisti provenienti dal Medio Oriente. Oltre quaranta concerti, organizzati in otto nazioni, insieme al manager del progetto Andrea Scaccia, anche lui appassionato di ciclismo. Il sottotitolo del tour era “Wheels not Walls”, un viaggio su due ruote oltre muri e barriere, un cammino nel segno della musica e della sua capacità di avvicinare culture e accorciare distanze. Jazz, sport, natura, arte, economia verde, riverberi, cibo, avventura, amicizia, accoglienza, solidarietà e un pizzico di follia. Il “Jazz Bike Tour” era un contenitore delle esperienze che avevo vissuto e delle passioni che mi avevano travolto fino a quel momento. Peccato che il giorno prima della partenza mi svegliai col viso storto, troppo stress. Oggi che, per fortuna, ho ripreso a suonare, meglio di prima, ho capito tanto dalla vita. Piano piano ragazzi, non forziamo !–


lucaaquino.com

Intervista a Alessandro Presti

Foto di Rori Palazzo

Alessandro Presti è un giovane trombettista siciliano impegnato principalmente in ambito jazz. È molto richiesto, vanta collaborazioni stabili con artisti come Roberto Gatto e Francesco Cafiso ed ha una formazione sia classica che jazz fatta tra Italia e Stati Uniti.

  • Con chi hai imparato a suonare?

Ho imparato a suonare con mio padre, trombonista, maestro di banda all’età di sei anni.

  • Quali sono stati per te gli insegnanti più importanti?

Oltre a mio padre sicuramente il mio insegnante del conservatorio durante gli studi classici, Giovanni Pappalardo. Per quanto riguarda Jazz non ho un vero e proprio insegnante ma piccole pillole di saggezza da parte di Marco Tamburini, per quanto riguarda la tecnica strumentale Roberto Gatto, Eddie Gomez riguardo il jazz in generale. Penso che in questa musica molte cose le impari suonando con grandi musicisti. Oltre a studiare, analizzare ed ascoltare tanto.

  • In che ambiti musicali lavori attualmente (fai pure un elenco delle formazioni con una breve descrizione) e qual è la tua direzione (in altre parole qual è la cosa che preferisci suonare), fai anche un breve excursus della carriera fatta che ti ha portato al presente

Suono prevalentemente Jazz, un gruppo con cui suono da anni e dal quale ho imparato tantissimo è il quartetto di Roberto Gatto con Alessandro Lanzoni al pianoforte e Matteo Bortone. Abbiamo suonato tanto negli ultimi sei anni, registrato un disco e vinto per due volte il premio “miglior gruppo italiano” al top Jazz.
Ho un mio quintetto con cui ho registrato un disco per la CAM Jazz (2016), registrerò a breve il secondo album.
Nell’ambito del “pop” suono con Sergio Caputo e con “Pilar” e Alessio Bondí, un contautore siciliano con cui collaboro da cinque anni.

  • 4. Come organizzi il tuo studio quotidiano sullo strumento? (dividi tecnica, improvvisazione/interpretazione o tendi ad unirle? Studi ogni giorno più o meno per lo stesso tempo? Dedichi lo stesso tempo ad ogni esercizio o non hai paura di tralasciare qualcosa se l’approfondimento di un aspetto è proficuo in quella giornata? Segui un ordine rigido?)

Organizzare lo studio non è affatto semplice.
Ogni giorno cerco di accettare i miei punti deboli e lavorare su quelli.
Ma la maggior parte del tempo lo dedico allo studio dell’armonia. Direi un buon 60%.
Col tempo ho cercato di creare un mio piccolo metodo di studio che facesse convivere sia la tecnica trombettistica che lo studio dell’armonia in un unico esercizio. Il risultato è molto buono, esercizi di tecnica applicati a tutti le qualità di accordi ed in tutte le tonalità. È da anni che cerco di andare a fondo in questa direzione. Non si finisce mai.
In realtà il 40% del mio studio comprende sia pianoforte che contrabbasso.

  • Elenca gli esercizi che fai quotidianamente

La routine è sempre la stessa penso per quasi tutti i trombettisti, note lunghe, flessibilita, Louis Maggio quando ho voglia e tempo. E poi armonia, come dicevo prima.

  • Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno (non necessariamente legato alla tecnica, può essere il suono o la respirazione ma anche il fraseggio, la musicalità, l’ascolto etc)?

Sicuramente il suono inteso come timbro è molto importante in un trombettista, non farei troppa distinzione tra suono, fraseggio, tecnica. Bisogna trovare un proprio suono che ti permetta di esprimere in musica i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti.

  • Quali sono le altre attività che svolgi regolarmente connesse o utili al tuo lavoro ma senza lo strumento in mano? Perché le fai? Quanto tempo ci dedichi? (Composizione, arrangiamento, booking, management, public reletions, ascolto attento alla musica etc.)

La composizione e l’arrangiamento fanno parte della mia vita musicale di tutti i giorni.
Coordino e scrivo musica e arrangiamenti per una piccola orchestra a Palermo, la “Tatum orchestra”.
Scrivo musica quando posso, senza ossessione, ma nemmeno aspettando la cosidetta “Ispirazione”, cerco di approcciarmi alla composizione in modo concreto.
Riguardo al booking, management, public relations, oltre a non essere portato, penso che una volta fatte tutte le cose elencate sopra mi rimane davvero poco tempo per dedicarmi a booking, management eccetera.
Un caro saluto a tutti!

Intervista a Andrea Tofanelli

1. Con chi hai imparato a suonare?

Mio padre Dino suonava il genis (flicorno contralto in Mib) nella banda del mio paese, a Torre del Lago Puccini, ridente cittadina della costiera tirrenica in Toscana, frazione di Viareggio. Quindi il primo approccio alla musica l’ho avuto in totale autonomia a casa, cercando di suonare il suo genis a orecchio quando lui non era a casa, e strimpellando una tastiera Bontempi a ventola che mi avevano regalato per Befana. Suonavo a orecchio tutte le canzoni di musica leggera che andavano di moda a quei tempi, inoltre ascoltavo continuamente i dischi che compravano mio fratello e mia sorella, che erano molto più grandi di me. Tra questi, ce n’era uno di un gruppo che si chiamava Vanilla Fudge dove suonavano Beethoven rivisitato in stile rock psichedelico. Mi piaceva da impazzire e mi faceva letteralmente saltare sul letto, mentre facevo finta di dirigere un’orchestra. Mi è rimasto impresso. Inoltre, mio padre mi portava a sentire le opere della stagione estiva del Festival Pucciniano, al teatro all’aperto sul lago. Per un bambino portato alla musica come me, fu un’esperienza incredibile! Poi, all’età di 10 anni ho iniziato a suonare nella banda anch’io, che a quel tempo era una delle piùnumerose della Toscana, con più di 80 elementi. La scuola di musica aveva un insegnante di solfeggio pazzesco. Era Marino Peruzzi, un eccellente polistrumentista del mio paese, musicista professionista che aveva girato il mondo con l’orchestra di Don Marino Barreto Jr., famoso cantante degli anni ’50/60’/70’ che aveva inciso la canzone “La più bella del mondo”. Suonava tutti i sax, clarinetti, flauto, violino, contrabbasso, pianoforte, ecc… e li suonava tutti benissimo! Quando decise di rallentare la sua attività per l’età e per stare più vicino alla famiglia, iniziò a insegnare musica nella banda del paese. Aveva una lettura a prima vista fulminante, veramente incredibile, e mi fece un mazzo quadrato per imparare a leggere bene la musica, dicendo ai miei genitori che secondo lui avevo tutte le carte in regola per diventare in futuro un musicista professionista di livello. Marino era pure una persona splendida, mi incoraggiava e quando in seguito entrai a studiare in conservatorio, col solfeggio per me fu una passeggiata, vista la preparazione che mi aveva dato. All’esame finale di solfeggio presi 10… Marino mi iniziò anche alla professione, portandomi a suonare con lui in orchestre da ballo e big band professioniste locali (la Versilia a quei tempi era una zona dove si suonava molto) all’età di soli 14 anni. Gli devo molto. Poi c’era l’insegnante di tromba, un trombettista che suonava in banda ma che era in realtà un ottimo jazzista amatoriale. Da ragazzo aveva frequentato Dean Benedetti, sassofonista italo-americano, uno dei personaggi che viene sempre menzionato nelle biografie di Charlie Parker. Troviamo Dean Benedetti in un cofanetto pubblicato della Mosaic nel 1990 con tutte registrazioni inedite dal vivo di Charlie Parker, che Dean stesso aveva registrato nei jazz clubs seguendo Parker in ogni suo concerto. Erano amici, e avevano condiviso molte esperienze nel periodo newyorkese. Trovate Dean benedetti anche su Wikipedia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dean_Benedetti

https://en.wikipedia.org/wiki/Dean_Benedetti

Bene, la famiglia di Dean Benedetti era originaria proprio di Torre del Lago Puccini ed era emigrata negli States a inizio secolo. Quando Dean si ammalò di Miastenia, una malattia mortale per quell’epoca, decisero di tornare al paese. Dean Benedetti aveva vissuto in prima persona la nascita del bebop a New York accanto a Charlie Parker e si ritrovò a vivere gli ultimi anni della sua vita a Torre del Lago. Insegnò tutto ciò che aveva imparato da Parker a un manipolo di appassionati di jazz, tra i quali c’era il mio insegnante di tromba, che a sua volta insegnò queste cose a me. Questo il cerchio che mi ha portato a iniziare la mia vita musicale tra opera, jazz, banda e rock psichedelico. Una vera fortuna che sono ancora sano di mente…almeno credo…

2. Quali sono stati gli insegnanti per te più importanti (non necessariamente trombettisti)?

Quelli che ho già menzionato all’inizio della mia vita musicale, sicuramente. Poi, andando avanti, ci sono stati tanti altri docenti che sono stati importanti, per svariate ragioni. Mauro Malatesta, il mio docente al conservatorio, e poi Armando Ghitalla, ex prima tromba della Boston Symphony Orchestra che mi ha rimesso a posto l’impostazione, mi ha anche insegnato come si insegna la tromba (senza pensare solo all’aria, ma mettendo a posto coscienziosamente TUTTI i dettagli che ci fanno migliorare al 100%) e mi ha permesso di diventare ciò che sono oggi a livello strumentale, sia come esecutore che come docente. Anche il mio idolo Maynard Ferguson è stato un insegnante, seppur indiretto…suonando con lui sul palco per così tante volte in tanti anni, ascoltandolo, vivendolo, mi ha insegnato un sacco di cose musicali che non si trovano scritte da nessuna parte. A livello jazzistico, per la dizione di sezione, il grande Oscar Valdambrini, solista della big band della Rai di Roma. Anche Sergio Fanni, analogo per la big band della Rai di Milano. E poi suonare accanto a Emilio Soana, altro gigante della tromba jazz italiana, è pura scuola anche soltanto fermandosi ad ascoltarlo. Immaginate a suonarci insieme. Poi per il jazz trombettistico più moderno Marco Tamburini, e per quello più mainstream Giampaolo Casati, e Cocco Cantini per la musica d’insieme jazz. Enrico Rava come ispirazione su come suonare una ballad e dare emozioni col proprio suono, e Bobby Shew per l’elasticità strumentale di poter fondere insieme pop e jazz, e Malcolm McNab per come interpretare in maniera giusta alcuni metodi fondamentali per lo studio della tromba. Per la formazione musicale, armonia e arrangiamento jazz il grande Mauro Grossi, una vera enciclopedia vivente. Sono stati tanti i musicisti che mi hanno ispirato, ognuno di loro per ragioni diverse, e li ringrazio tutti, uno ad uno.

3. In che ambiti musicali lavori attualmente e qual è la tua direzione (in altre parole qual è la cosa che preferisci suonare), fai anche un breve excursus della carriera fatta che ti ha portato al presente

Ho sempre suonato di tutto, in tutti i generi musicali e in tutti gli stili. Ho avuto la fortuna di suonare ad alto livello in tutti gli ambiti, ho vinto audizioni, dalla classica al jazz, dal pop alla musica contemporanea, come solista e come prima tromba d’orchestra. Ho registrato centinaia di dischi (migliaia forse?) in tutti i generi musicali, ho fatto televisione per 26 anni. Sono curioso, mi piace sperimentare la musica in toto, senza perdermi niente, e soprattutto mi piace mettermi alla prova, senza mai dare niente per scontato. Ho fatto anche un pò di orchestra da ballo, comunque sempre ad alto livello e, che ci crediate o no, per fortuna che ho fatto pure quello perchè in alcuni situazioni d’emergenza dal vivo in televisione mi è servito pure aver imparato quel repertorio… Le mie caratteristiche strumentali mi hanno portato ad essere conosciuto per alcuni aspetti specifici della tromba, ma nella mia carriera ho dovuto e voluto suonare veramente di tutto. Se possiamo riassumere: partito col jazz, poi classica e opera, poi ritorno al jazz, poi sono entrato nel giro della tv e dei tours di musica leggera, principalmente come prima tromba e acutista. Poi dagli inizi degli anni 2000 in avanti, progressivamente la dimensione di solista ha iniziato a prendere il sopravvento, affianco e poi superando quella da prima tromba. Anni fa, la mia attività lavorativa era per l’80% come prima tromba, e un 20% come solista. Oggi, è esattamente l’opposto, ovvero 80% come solista e un 20% come prima tromba, attività che ho comunque mantenuto perchè mi piace, e la faccio con orchestre e big band di alto livello. Per altri lavori che mi non mi interessano più, mando i miei studenti più bravi oppure li passo ad altri colleghi. Come docente, ho sempre insegnato, fin da quando il maestro Ghitalla mi mise a posto nel 1987. Prima insegnavo privatamente, poi dal 2004 in poi ho preso posto in conservatorio, all’ISSM Vecchi-Tonelli di Modena e in poco tempo sono diventato molto richiesto anche per la docenza, sia in Italia che a livello internazionale, iniziando a tenere masterclass e clinics nelle università e conservatori di tutto il mondo. Adoro insegnare e trasmettere ciò che ho imparato alle generazioni future.

4. Come organizzi il tuo studio quotidiano sullo strumento? (dividi tecnica, improvvisazione/interpretazione o tendi ad unirle? Studi ogni giorno più o meno per lo stesso tempo? Dedichi lo stesso tempo ad ogni esercizio o non hai paura di tralasciare qualcosa se l’approfondimento di un aspetto è proficuo in quella giornata? Segui un ordine rigido?)

Ho trascorso anni e anni facendo una rigida routine quotidiana, dividendo lo studio in 3 parti: warm up, tecnica e musica. La parte di warm up variava a seconda di quanto mi serviva a scaldarmi, poi la parte tecnica prevedeva lo studio di mantenimento e miglioramento di tutti gli aspetti strumentali, e arrivava fino a circa 90 minuti. Tutto il resto, ore ed ore, era dedicato alla parte musicale, con studi, concerti classici, passi d’orchestra, improvvisazione, ecc… Anche oggi, quando posso, arrivo a studiare anche 8 ore al giorno, nei giorni in cui posso dedicarmi completamente allo strumento. In ogni caso, non sono MAI andato sotto a un minimo di 2 ore di studio quotidiano, anche quando per motivi di viaggi di lavoro, di docenza oppure familiari ho giornate interamente occupate. Spesso studio di notte, con la sordina muta, quando nessuno mi disturba… Anche quando faccio lunghi voli internazionali, la prima cosa che faccio è mettermi a studiare in hotel al mio arrivo. Talvolta studio anche negli aeroporti mentre aspetto il volo…ogni momento è buono. La tromba purtroppo richiede sacrificio e dedizione, e se non studi abbastanza non ti perdona. Più il livello di performance richiesto è alto, e più occorre studiare. Poche storie… Oggi, nel 2020, a 55 anni, studio ancora veramente tanto ma in modo diverso. È uno studio mirato a ciò che devo eseguire in concerto. Quindi non seguo più una routine fissa, ma cerco di ascoltarmi e di studiare ciò di cui ho bisogno. È importante imparare a sentirsi, interiormente e fisicamente, e capire ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno per restare ad alto livello. In definitiva, direi che la massa di ore di studio non è cambiata, ma oggi curo di più la parte musicale per arrivare ad affinare anche la tecnica.

5. Elenca gli esercizi che fai quotidianamente (se ci sono esercizi che fai ogni giorno uguali scrivi quali sono, se invece sono una categoria di esercizi che cambi sempre basta dire che tipo sono es. flessibilità). Per ogni esercizio spiega PERCHÈ LO FAI, COME LO FAI, QUALI BENEFICI TI PORTA, DA CHI O COME L’HAI APPRESO

Come dicevo, oggi non ho più una routine fissa. Gli esercizi variano ogni giorno, e talvolta me li invento io. Li testo, e se funzionano li spiego anche ai miei studenti. Sono un fan della centratura, quindi ci lavoro molto in tutti modi possibili. Lo studio del buzzing solo col bocchino è prezioso. Mi capita qualche volta di studiare anche 6 ore al giorno solo col bocchino. Se lo si fa bene, senza forzare e cercando una ipercentratura, succedono cose incredibili. L’ho imparato da Ghitalla ovviamente, ma ho preso coscienza di quanta importanza realmente ha questo tipo di studio dai trombettisti che hanno studiato direttamente con Stamp, come Malcolm McNab. Poi il bending espanso e la flessibilità veloce ed ampia, che passi in tutti i vari registri. Poi i pedali suonati chiusi, e non slabbrati come molti docenti dicono discutibilmente di fare, dimostrando di non aver capito a cosa serve il metodo Stamp. Lo staccato semplice, doppio e triplo basta solo studiarlo, in misura di quanto mi serve per i miei concerti. Se devo fare concerti in cui passo dalla classica al jazz, allora lo tengo molto sotto studio perchè è uno dei miei punti deboli. Ogni trombettista ha un personale punto debole, un tallone d’Achille che deve tenere più sotto studio. Chi ha l’estensione, chi la flessibilità, chi gli attacchi, chi il piano, chi le note basse, ecc…io devo tenere sotto studio lo staccato, specialmente doppio e triplo, perchè tendo a perderli facilmente. Ho scoperto anche che faccio, senza pensarci, una specie di Caruso fatto in casa, con concetti simili ma suonando sempre cose diverse.

6. Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno (non necessariamente legato alla tecnica, può essere il suono o la respirazione ma anche il fraseggio, la musicalità, l’ascolto etc)

Non scriverò cose simpatiche e facilmente condivisibili… Partiamo col dire che occorre trovare la propria dimensione. Ogni trombettista ha una propria dimensione, specifica, e impara a conoscersi con gli anni. Non amo i cosiddetti “guru” e preferisco sempre consigliare agli studenti di prendere lezione da chi sul palco ci sale sempre (o ci è salito in passato) e si scontra (o si è scontrato) ogni giorno con le difficoltà della professione. Io stesso, consiglio ai miei studenti di andare a lezione anche da altri trombettisti, anche se insegnano all’opposto di me. Da quando ho iniziato a frequentare stabilmente gli USA ho scoperto e toccato con mano che molti concetti trombettistici portati in Italia negli anni 80’ e 90’ da chi aveva studiato negli States sono stati in parte travisati e non sono veritieri al 100%. Ho iniziato a frequentare gli USA nel 1998, ho iniziato a insegnare nelle università americane nel 2005, sono entrato nel giro degli artisti dell’ITG (International Trumpet Guild) nel 2008, e dal 2014 al 2019 sono stato votato a livello internazionale nel Consiglio Direttivo (oggi sono Consigliere), e in più fino ad oggi ho girato molte delle più importanti università americane come docente e artista: in tutti questi anni ho conosciuto e suonato con la maggior parte dei migliori trombettisti del mondo, oppure li ho sentiti suonare e insegnare, e posso dire che tutto ciò che è stato riportato in Italia da chi è stato negli States negli anni 80’ e 90’ è molto riduttivo e talvolta fuorviante. Prima di tutto: non esiste una sola scuola trombettistica americana, ma ne esistono almeno 3, ovvero la West School, la East School e la Mid-West, con illustri esponenti per ogni corrente. E i concetti sono molto diversi per ogni approccio e scuola. L’aria è importante, ma NON È TUTTO. Diffidate da chi vi dice SEMPRE che non respirate bene e che la colpa è vostra perchè non respirate bene, e da chi insegna la tromba come se fosse un tuba o un trombone. Il problema di aria può essere la causa, ma molto spesso è l’effetto causato da qualche altro problema che sta a monte. Risolto il problema a monte, anche l’aria si allinea e va a posto in automatico. Purtroppo, se il docente non conosce la tromba nella sua totalità, insegna solo ciò che sa e offre un insegnamento incompleto, ma la cosa peggiore è quando afferma che tutto ciò che non conosce non è importante o addirittura è dannoso, limitando anche gli studenti stessi. l’Italia trombettistica è stata per diversi anni un caso a parte, con un’idea fortemente squilibrata sullo studio dell’aria, come se l’aria mettesse a posto tutto il resto (impostazione, ecc…), ovvero un’idea d’insegnamento molto “tubistica” e molto poco trombettistica. Personalmente, se devo citare aforismi o consigli, cito trombettisti e non tubisti (come fanno invece alcuni trombettisti). Io stesso, quando ho avuto problemi d’impostazione in passato, seguendo queste scuole “soffiasoffia che si mette tutto a posto da solo” sono arrivato a un passo dall’appendere la tromba al chiodo, finché non è arrivato Ghitalla a mettermi a posto e a salvare la mia vita da musicista. Ma insegnare è anche un business…e chi ha creato il business dell’insegnamento basato su attrezzi e concetti che in automatico mettono all’angolo lo studente perchè è sempre colpa sua se non suona bene (perchè non studia abbastanza, perchè non respira abbastanza, perchè crea troppe tensioni, ecc…) non molla facilmente l’osso, anche grazie al carisma che talvolta ha nei confronti degli studenti. Sarebbe veramente bello se bastasse solo pensare il bel suono per farlo uscire fuori, o pensare solo alla musica per mettere a posto i problemi tecnici. Nella mia personale esperienza non è così, e non sarà mai così. Esiste una parte di comprensione “meccanica” del funzionamento della tromba, dell’impostazione e delle funzioni fisiche della tromba che va al di là della filosofia trombettistica e permette a chiunque di migliorare e risolvere i propri problemi in maniera molto pratica. Io sono orgoglioso di non apparire tra quelli che hanno studiato con questo o con quel guru: mi ha permesso di essere ciò che sono oggi con la tromba in mano, col mio suono, senza appiattimenti generalizzati che fanno suonare tutti uguali e tolgono personalità. Non sono importanti i docenti: sono più importanti gli studenti. Il docente è al servizio dello studente, e non il contrario. Studenti: non siete sempre voi quelli sfigati che non capite come mettere in pratica i meccanismi trombettistici: talvolta è colpa dei docenti che non li sanno spiegare, oppure non capiscono quale sia veramente il vostro problema, oppure a loro volta non conoscono bene al 100% la materia che insegnano. Non fatevi ammaliare e non fatevi prendere in giro, datemi retta. Detto tutto questo: quando l’impostazione è a posto, il resto è musica. Tutto è importante quando si parla di tromba. Ci vogliono decenni per creare un trombettista completo e ottenere una resa constante di alto livello. Niente deve essere lasciato al caso: impostazione, suono, respirazione, fraseggio, musicalità, ascolto ecc…

7. Quali sono le altre attività che svolgi regolarmente connesse o utili al tuo lavoro ma senza lo strumento in mano? Perché le fai? Quanto tempo ci dedichi? (Composizione, arrangiamento, booking, management, public relations, ascolto attento alla musica etc.)

La musica è al contempo il mio lavoro, la mia passione, il mio hobby. Ha risolto la mia vita, e mi è servita a prendere coscienza di quello che posso valere e di ciò che posso o non posso fare nella vita, nel bene e nel male. Mi ha fatto scoprire me stesso, togliendomi dubbi e paure e tranquillizzandomi, dandomi una disciplina e una direzione di vita. Mi ha valorizzato e mi fa stare bene. Non mi metto praticamente mai a fare booking, cercando concerti: chi mi vuole, mi chiama. Chi non mi chiama fa altre scelte, e va bene così perchè continuiamo comunque ad essere tutti contenti. Tanto non si può piacere a tutti, ed è giusto che ci sia spazio per tutti.Ogni tanto compongo, quando mi viene in mente qualcosa d’interessante, e ogni tanto arrangio, ma non lo faccio in maniera convulsa o regolare. Ho imparato a vivere la musica senza violentarla e senza violentarmi: la mia vita è da così tanti anni piena di musica che deve esserci spazio per lasciarla respirare e per far riposare anche la testa. Poi ci pensa la musica stessa a saltare fuori quando è il momento giusto, in maniera naturale. Al di fuori di essa, mi piace mangiare bene, fare passeggiate nella natura, leggere, riflettere, osservare la gente e conoscere le altre culture. Ultimamente mi sto appassionando un pò alle serie tv, forse a causa del lockdown forzato, e sto mettendo insieme il repertorio per tornare in sala d’incisione e fare un nuovo disco a mio nome. Tutto qua. Un caro saluto a tutti!


andreatofanelli.it

Intervista a Susana Santos Silva

Foto di Christer Männikus

Susana Santos Silva è una dei pochissimi trombettisti dediti all’improvvisazione che può vantare un’attività internazionale con illustre collaborazioni ed unanimi consensi.

  • with who did you learn how to play trumpet? Con chi hai imparato a suonare la tromba?

I started to learn the trumpet with my grandfather in a marching band when I was 7. At 10 I went to music school. At 19 I started the classical course at the university in Porto. Then I went to Karlsruhe on my last year to study with Reynold Friedrich, a brilliant soloist. Then I got back to Porto to study Jazz. I did my master in Jazz Performance in Rotterdam.

Ho cominciato con mio nonno in una banda quando avevo 7 anni. A 10 sono andata in una scuola di musica. A 19 ho cominciato a studiare classica all’università di Porto. Poi l’ultimo anno sono andata a Karlsruhe per studiare con Reynold Friedrich, un solista brillante. Successivamente sono tornata a Porto per studiare Jazz. Ho fatto un master in Jazz Performance a Rotterdam.

  • who have been your most important teachers? (Not only trumpet teacher and not strictly teacher, it can be also a musician or anyone who gave you an advice extremely usefull for what you do) Quali sono stati i tuoi insegnanti più importanti?

Reinhold Friedrich was very important person in my life as a student. I had an american teacher in Porto that was destroying really and he kind of saved me and transformed my life. Every great musician I played with during these years greatly inspired me and taught me how to be an improviser.

Reynold Friedrich è stata una figura molto importante nel mio percorso di studi. Ho avuto un pessimo insegnante americano a Porto e si può dire che Friedrich mi abbia salvata trasformando la mia vita. Ogni grande musicista con cui ho avuto il piacere di suonare in questi anni mi ispirato molto ed insegnato come essere un’improvvisatrice.

  • how is your work composed? (If you work only with impro or avant-garde, more with your projects or as sideman) and how did you become what you are? (Shortly the main steps of your artistic path) Com’è suddiviso il tuo lavoro e come sei diventata ciò che sei?

After my classical studies I realised that I needed to express myself in some other way. It wasn’t enough for me to interpret written music. I decided to do the jazz course… still did not feel that that was the right path to follow. When I moved to Rotterdam the path that I already had started to search for became evident to me and from then on I just accepted who I was, I accepted what music came out of me and developed that, experimenting more and more and really trying to find my voice, my indentity as a musician. I improvise, with working bands but sometimes just meeting musicians ad-hoc on stage, I compose my own music for my own band and collective bands, and I play music written by other musicians. I like to do different stuff, to keep evolving and enriching myself.

Dopo i miei studi classici ho realizzato che avevo bisogno di esprimermi in altro modo. Interpretare musica scritta non era abbastanza per me. Ho deciso di seguire il corso jazz… sentivo che non era ancora la strada giusta. Quando mi sono spostata a Rotterdam il cammino che stavo cercando divenne evidente e da allora ho semplicemente accettato chi ero, ho accettato la musica che usciva da me stessa e l’ho sviluppata, sperimentando sempre più cercando di trovare realmente la mia voce, la mia identità di musicista. Improvviso, con band stabili ma a volte incontrando musicisti appositamente sul palco, compongo la mia musica per la mia band e per le band collettive e suono musica scritta da altri musicisti. Mi piace fare cose diverse, continuare ad evolvere ed arricchire me stessa.

  • how do you organize your daily practice on your instrument? (Are you methodical or more creative? For how long you play daily? Etc.) Come organizzi la tua routine quotidiana?

Until Corona shut us down, I was travelling a lot so the time to practice is very short but, no matter what happens, I try to play everyday and do basic technical exercises to maintain my embouchure and technique: long tones, flexibility, staccato scales, double-tonguing, wide intervals… a mix of all the stuff I did in my school years that keeps all the different components of trumpet playing in shape.

Prima che Corona ci chiudesse in casa, viaggiavo molto e il tempo per lo studio era molto poco ma, indipendentemente da quello che può succedere, cerco di suonare ogni giorno e fare esercizi tecnici base per mantenere l’impostazione e la tecnica: note lunghe, flessibilità, staccato su scale, doppio staccato, intervalli ampi… un mix di tutto quello che ho fatto negli anni di studio che mantiene in forma i diversi aspetti del suonare la tromba.

  • what’s the most important aspect to take care of and develop day by day? (Not necessarily a technical aspect, it can be musicality or phrasing or listening etc.) Quale secondo te è l’aspetto più importante da curare e sviluppare giorno per giorno

The most important thing, by far, is to keep doing it for love. If you stop loving what you do, you will not have the perseverance, commitment, honesty, energy, curiosity and the strength to keep going and to keep developing as a musician.

La cosa di gran lunga più importante è farlo per amore. Se smetti di amare quello che fai, non avrai la perseveranza, l’impegno, l’onestà, l’energia, la curiosità e la forza per andare avanti e continuare ad evolvere come musicista.

  • other activities you do regularly connected with your job (composing, arranging, but also booking, public reletions, listening to music etc.) Altre attività connesse col tuo lavoro che fai regolarmente (comporre, arrangiare ma anche promozione, relazioni pubbliche, ascoltare musica etc.)

I do all of it. That’s what musicians have to do to be able to play as a living. Lately as, luckily, I have been having a lot of work, I am not booking myself actively. Everything in my daily life helps me and inspires me becoming a better musician (and person). Reading, going to a museum, going for a walk, sit in silence, listening to all kinds of music, listening to the birds and everything around you, playing with my niece, experimenting with new sounds, manipulating sounds and music on my computer, meeting friends, nurture the child within, full of curiosity and uncompromising energy!

Le faccio tutte. È ciò che i musicisti devono fare per vivere. Ultimamente, fortunatamente, sto avendo molto lavoro, non promuovo il mio lavoro attivamente. Ogni cosa della vita quotidiana mi aiuta e mi ispira per diventare una migliore musicista (e persona). Leggere, andare al museo, fare una passeggiata, sedersi in silenzio, ascoltare tutti i tipi di musica, ascoltare gli uccelli e tutto quanto intorno a me, giocare con mia nipote, sperimentare con nuovi suoni, manipolare suoni e musica sul computer, incontrare amici, nutrire il bambino dentro di sé, pieno di curiosità ed energia senza compromessi!


susanasantossilva.com