Intervista a Giovanni Maier

Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2018

Questa è la prima di una serie di interviste sull’improvvisazione libera. Giovanni Maier è una figura molto importante per la mia formazione in quanto è stato lui ad aiutarmi a cominciare il mio percorso di improvvisazione sullo strumento solo. Sul suo sito (al quale rimando giovannimaier.it) appare evidente la portata della carriera artistica e anche del lavoro di promozione e divulgazione attraverso la Palomar Records.

  • Qual è il percorso che ti ha portato a studiare il tuo strumento?

A dodici anni suonavo il clarinetto in un gruppetto di ragazzi più grandi di me con il quale tentavamo di fare musica da ballo. A un certo punto, la fidanzata del bassista, che si sentiva trascurata, gli ha ingiunto di smettere di suonare con noi, pena il troncamento del rapporto; lui allora ha deciso, saggiamente, di lasciare il gruppo. Ho quindi iniziato io a suonare il basso elettrico, trovandomi da subito molto bene; a sedici anni mi sono iscritto al Conservatorio, iniziando a suonare il contrabbasso.

  • Ci sono state delle persone chiave o degli eventi in particolare che ti hanno avvicinato alla musica improvvisata? Quali e perché?

In realtà ho dei ricordi abbastanza precisi di quand’ero piccolo (5/6 anni, credo) e aspettavo che i miei genitori uscissero di casa per qualche commissione e ne approfittavo per accendere la “Pianola” (così veniva chiamata una specie di tastiera elettrica) di mio padre per sperimentare cosa succedeva schiacciando più tasti contemporaneamente; oppure facevo la stessa cosa con un pianoforte che si trovava all’oratorio….. mi ricordo che era un’attività che mi dava una gran gioia e che, ovviamente, veniva assolutamente stigmatizzata dagli adulti.

Più avanti ho iniziato a studiare alcuni strumenti e a suonare in alcuni gruppetti assieme ad altri ragazzi e spesso succedeva di trascorrere pomeriggi interi improvvisando, senza decidere nulla. Ecco, preferisco ricordare questi inizi spontanei, piuttosto che gli incontri, avvenuti successivamente, con musicisti più esperti di me che mi hanno ulteriormente spinto in quella direzione….. devo però menzionare gli amici Mimo Cogliandro e Flavio Brumat con i quali ho iniziato ad improvvisare in ambito più jazzistico e che, essendo più grandi, mi hanno fatto conoscere molti musicisti che poi sono diventati dei punti di riferimento, come Ornette Coleman, Anthony Braxton, Sam Rivers, Archie Shepp, John Coltrane e molti altri.

Comunque credo che, per il mio carattere, ho sempre preferito trovarmi in situazioni non pre-strutturate, nelle quali penso di poter dare il mio meglio, piuttosto che conoscere in precedenza ciò che dovrò suonare (sia che si tratti di musica composta, o di improvvisazione su strutture armoniche prefissate). Un po’ come la vita.

  • Com’è composta la tua routine quotidiana di studio?

Non ho una routine quotidiana: studio ciò che in quel momento sento l’esigenza di studiare, anche a seconda degli impegni concertistici per i quali mi devo preparare o per i percorsi di ricerca nei quali mi trovo coinvolto. E comunque in generale cerco di impostare lo studio come attività musicale, piuttosto che applicarmi all’affinamento di abilità strumentali specifiche. Inoltre cerco di passare più tempo possibile suonando e improvvisando assieme ad altri musicisti, calandomi perciò in attività “reali” di improvvisazione e non simulando situazioni virtuali; oppure, se sono da solo, affronto la cosa in un contesto di performance in solo. A volte per il warmup utilizzo studi didattici della musica classica (Billè, Sturm, Simandl).

  • Come affronti lo studio dell’improvvisazione?

Negli anni ho sviluppato diverse tecniche che cerco di approfondire, sia in solo che in gruppo. Queste tecniche riguardano alcuni aspetti specifici della creazione musicale come l’esplorazione delle varie possibilità di movimento all’interno di ambiti musicali ristretti e i diversi tipi di concatenamento degli stessi all’interno di una forma più estesa e narrativa.

  • Quanto è importante per te il rapporto con il tuo strumento nei riguardi dell’improvvisazione? Sei più tu a cercare di ottenere determinati risultati dallo strumento o è più lo strumento a “suggerirti” determinate soluzioni?

Il rapporto con lo strumento è assolutamente centrale per me perché credo sia da quello che inizia la costruzione del proprio suono, della propria individualità e specificità.

Per quanto riguarda la seconda domanda credo valgano per me entrambe gli atteggiamenti: a volte bisogna saper ordinare al cavallo dove andare ma può essere stimolante anche lasciarsi trasportare…..

  • Nell’improvvisare cerchi di usare principalmente materiale o tecniche su cui hai maggior controllo o per te è più un’occasione di ricerca in ambiti sconosciuti o inesplorati?

Di solito non decido in precedenza come muovermi ma poi, inevitabilmente, è ovvio che tendo a percorrere strade già parzialmente esplorate, anche perché così facendo credo di poter essere più interessante e reattivo. Cercare la novità a tutti i costi non sempre porta a dei risultati positivi.

  • Quanto è importante per te il tuo percorso sull’improvvisazione quando affronti repertori dove non è richiesta o in qualsiasi altra situazione ordinaria?

L’improvvisazione per me è un aspetto assolutamente centrale del fare musica e nel corso della mia carriera ho progressivamente abbandonato tutte le situazioni musicali dove non è prevista; anche se in realtà un certo margine di improvvisazione è sempre presente, anche nella musica interamente composta ed è proprio in queste frange, in queste pieghe che sfuggono al controllo preventivo del compositore, che si cela la grandezza dei grandi interpreti, a mio avviso.

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